20/05/2012

IL COMICO

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Si può buttarla sul ridere e dire che Grillo non è una sorpresa: in fondo sono vent’anni che gli italiani votano un comico. Oppure strillare contro la vittoria dell’antipolitica, come fanno i notabili del Palazzo e i commentatori che ne respirano la stessa aria viziata. Ma conosco parecchi nuovi elettori di Grillo e nessuno di loro disprezza la politica. Disprezzano i partiti. E credono, a torto o a ragione, in una democrazia che possa farne a meno, saltando la mediazione fra amministrati e amministratori.
La storia ci dirà se si tratta di un gigantesco abbaglio o se dalla rivolta antipartitica nasceranno nuove forme di delega, nuovi sistemi per aggregare il consenso.
Ma intanto c’è questo urlo di dolore che attraversa l’Italia, alimentato dalle scelte suicide e arroganti compiute da un’intera classe dirigente.
Non si può certo dire che non fosse stata avvertita. I cittadini stremati dalla crisi hanno chiesto per mesi alla partitocrazia di autoriformarsi. Si sarebbero accontentati di qualche gesto emblematico. Un taglio al finanziamento pubblico, la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province. Soprattutto la limitazione dei mandati, unico serio antidoto alla nascita di una Casta inamovibile e lontana dalla realtà. Nel dopoguerra il grillismo meridionale dell’Uomo Qualunque venne dissolto dalla Dc di De Gasperi nel più semplice e intelligente dei modi: assorbendone alcune istanze. Purtroppo di De Gasperi in giro se ne vedono pochi. La limitazione dei mandati parlamentari è da anni il cavallo di battaglia dei grillini. Se il Pdl di Alfano l’avesse fatta propria, forse oggi esisterebbe ancora. Ma un partito che ai suoi vertici schiera reperti del Giurassico come Gasparri e Cicchitto poteva seriamente pensare di esistere ancora? Il Pd ha retto meglio, perché il suo elettorato ex comunista ha un senso forte delle istituzioni e dei corpi intermedi - partiti, sindacati - che le incarnano. Ma se il burocrate Bersani, come ha fatto ancora ieri, continuerà a considerare il grillismo un’allergia passeggera, lo tsunami dell’indignazione popolare sommergerà presto anche lui.

La riprova che il voto grillino è meno umorale di quanto si creda? Grillo non sfonda dove la politica tradizionale riesce a mostrare una faccia efficiente: a Verona con il giovane Tosi e a Palermo con il vecchio Orlando (percepito come un buon amministratore, magari non in assoluto, ma rispetto agli ultimi sindaci disastrosi). La migliore smentita alla tesi qualunquista di chi considera i grillini dei qualunquisti viene dai loro stessi «quadri». Che assomigliano assai poco a Grillo. Il primo sindaco del movimento, eletto in un paese del Vicentino, ha trentadue anni ed è un ingegnere informatico dell’Enel, non un arruffapopoli. E i candidati sindaci di Parma e Genova non provengono dai centri sociali, ma dal mondo dell’impresa e del volontariato. Più che antipolitici, postpolitici: non hanno ideologie, ma idee e in qualche caso persino ideali. Puntano sulla trasparenza amministrativa, sul web, sull’ambiente: i temi del futuro. A volte sembrano ingenui, a volte demagogici. Ma sono vivi.

Naturalmente i partiti possono infischiarsene e bollare la pratica Grillo come rivolta del popolo bue contro l’euro e le tasse. È una interpretazione di comodo che consentirà loro di rimanere immobili fino all’estinzione. Se invece decidessero di sopravvivere, dovrebbero riunirsi da domani in seduta plenaria per approvare entro l’estate una riforma seria della legge elettorale, del finanziamento pubblico e della democrazia interna, così da lasciar passare un po’ d’aria. Ma per dirla con Flaiano: poiché si trattava di una buona idea, nessuno la prese in considerazione.

via : La Stampa.it - Massimo Gramellini

19/05/2012

INDOVINELLO

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 Dove si trova, in Valmarecchia, questa antica pietra miliare?

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18/05/2012

CANNES 1

Cannes, Sean Penn e gli altri divi:
la festa esclusiva si fa per beneficenza

L'attore hollywoodiano: «Lotto per Haiti, è la mia missione»
Da Paul Haggis a Milla Jovovich al galà per i profughi

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CANNES - «Per me Haiti e il lavoro che facciamo per il suo popolo è una missione e sono fiero di essere un ambasciatore itinerante, portavoce di tutti coloro che vogliono costruire scuole, ospedali, case ad Haiti e anche di tutti gli artisti che per questa causa fanno esibizioni gratuite», dice Sean Penn, progressista, attivista, nonché insignito dei massimi premi come attore.

L'attore è una delle punte di diamante della Hollywood impegnata sul fronte della filantropia e laddove anche la beneficenza è sempre più spesso un evento mondano sponsorizzato da marchi di ogni tipo e un business detassato per i ricchi ma molto coinvolgente, senza interessi di altra sorta per altri. Come, in primis, Sean Penn che va ad Haiti appena può «dove vivo con la gente, il mondo vero, che ha bisogno di tutto. Dormo con loro, scarico barili di acqua e cibo e da ultimo anche mio figlio è spesso con me».

Questa volta, per l'evento previsto oggi, Haiti Carnival in Cannes, che sarà preceduto da una conferenza stampa alla quale parteciperanno tutti gli organizzatori e Giorgio e Roberta Armani, Sean ha fatto le cose in grande impegnandosi con solo con l'associazione che ha fondato nel 2010, J/P HRO (Haitian Relief Organization). Infatti, a Los Angeles, lavora da mesi all'evento lanciando appelli, prendendo tempo al missaggio del film Gangster Squad in cui è un boss della mafia nella Los Angeles degli anni Quaranta e che, girato tutto in città, gli ha permesso di occuparsi a fondo con Paul Haggis, che a sua volta ha fondato la Artists for Peace and Justice, di quello che sarà, dice l'attore: «Un appello globale al mondo per la ricostruzione di Haiti. L'anno scorso, Paul ed io abbiamo fatto due eventi separati, quest'anno ci siamo uniti con l'aiuto di sponsor, necessari per infinite motivazioni che generosamente ci hanno offerto il massimo aiuto».

Penn non è uomo da strumentalizzare i suoi impegni umanitari. Sul set di Gangster Squad ha detto: «Per me è importante ogni giorno trovare volontari disposti a caricarsi sulle spalle sacchi di cibo, ad aiutare psicologicamente e materialmente la gente che ancora sopravvive nei campi profughi. Haiti per me, per tanti, è diventata una seconda casa. È un mio primario compito offrire un futuro alla gente di Haiti». Si sono divisi i compiti Paul Haggis e Sean: il primo si occupa di aiuti materiali, delle provviste di cibo e acqua e costruzione di case, il secondo di scuole e ospedali.

Ed è stato Giorgio Armani, legato a Sean da vera amicizia e non solo perché lo veste sempre per gli Oscar e le altre rare apparizioni dell'attore, a sostenere il dinner di beneficenza e l'intero evento per il quale Sean ha chiamato anche a raccolta altre organizzazioni non profit come Happy's Heart Fund creata dalla modella Petra Nemcova. Paul Haggis, giunto ieri sera a Cannes, come Sean Penn, spiega: «Non sarà l'unico gala che faremo insieme, altri sono previsti a Parigi, a New York, a Los Angeles. Il mio coinvolgimento è pari a quello di Sean e con la Fondazione italiana Rava sono andato per la prima volta ad Haiti. Quel viaggio ha cambiato la mia vita».

Questo gala, dove si esibiranno anche il cantante Lyle Lovett e i RaRa, non sarà certo l'unico a Cannes perché all'abituale serata Amfar, prevista per il 24 maggio, per la lotta all'Aids e la ricerca scientifica prenderanno parte cantanti e artisti di fama mondiale (Milla Jovovich, portavoce dell'Amfar è già sulla Croisette); mentre a Montecarlo Bill Clinton e il Principe Alberto di Monaco raccoglieranno fondi per le loro fondazioni e il Belvedere Vodka Group per il primo anniversario del progetto Red sulla lotta all'Aids oggi ha orchestrato un'altra serata alla Vip Room con Cyndi Lauper a fare gli onori di casa. Sulla Croisette sono in arrivo anche ambientalisti ed esponenti green come, tra i tanti, Livia Firth, moglie di Colin, che ha creato una linea di abiti e oggetti ecologici per il Green Carpet Challenge.

Via: Corriere.it - Giovanna Grassi

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17/05/2012

TROTA PADANO

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16/05/2012

QUELLO CHE NON HO

 Rito da maestro Manzi nel clima di redenzione

 La debolezza di questo «reading» è che tutti fanno venire il senso di colpa

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Il destino delle parole è che invecchiano e si usurano con gli uomini che le usano. Un po' martire, un po' rockstar Roberto Saviano vive di parole, ha costruito il suo successo con le parole e, nonostante la giovane età, viene già osannato come un venerato maestro. Così, con l'aiuto di Fabio Fazio e di illustri «parolieri» come Francesco Piccolo e Michele Serra (seduti in prima fila),ha trovato ospitalità su La7 per ripensare le parole che usiamo (idea non nuovissima). Se un tempo le Officine Grandi riparazioni di Torino servivano a riparare i treni, adesso, come location, riparano parole. Una sfilata di ospiti illustri o meno prende una parola e la spolvera. Annotava nei suoi diari Lev Tolstoj: «Se tutta la complessa vita di molti passa inconsciamente, allora è come se non ci fosse mai stata». Questo è il destino delle parole: a furia di ripeterle, di sentirle nella quotidianità diventano gusci vuoti. Solo i veri scrittori sanno restituire loro il senso della vita, sanno restituircele come «visione» non come «riconoscimento». Fazio e Saviano vogliono educarci, redimerci, farci sentire migliori. Senza gioia, con pedanteria.

Le loro trasmissioni sono le sole eredi del maestro Manzi, le sole dove la noia viene scambiata per insegnamento, la demagogia per redenzione, la retorica per vaticinio. E, ovviamente, hanno successo perché la tv del dolore conosce tante forme, anche quella di predicare sui suicidi o sui bambini di Beslan. Il clima è sempre quello del rito, della celebrazione: una sorta di consacrazione laica della parola, una necessaria penitenza perché lo sproloquio si offra a noi come eloquio. Sotto le parole, niente. Solo un po' di omelia televisiva, dove quello che non ho si confonde volentieri con quello che non so.

La debolezza di questo reading è che tutti ti fanno venire il senso di colpa, persino Pupi Avati con i suoi ricordi felliniani al borotalco, persino il duo Travaglio-Lerner: se non sei impegnato, sei non vuoi cambiare il mondo con noi, se non usi le parole come arma di difesa civile, insomma sei poco propenso alla bacchettoneria, che tu sia dannato in eterno.
Fra i tanti luoghi comuni, ci sono anche le parole che il ceto medio riflessivo non dovrebbe mai pronunciare perché fanno cafone: sbaglio o la parola marketta non c'era?

via : Corriere.it- Aldo Grasso

 


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15/05/2012

LORA GUERRA

I ricordi di Lora Guerra, moglie del poeta e sceneggiatore italiano Tonino Guerra, pubblicate sul quotidiano russo Rossiyskaya Gazeta il 16 marzo 2012, in occasione del 92esimo compleanno del letterato grande amante della Russia, scomparso il 21 marzo 2012

 

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Sono una persona molto felice: il caso ha scelto me e per tutta la vita ho voluto essere degna di questa fortuna. Ma solamente adesso ho capito quanto fosse felice la mia vita. Il mio adorato marito ha superato i 90 anni. Il corpo invecchia, ma i geni restano. 

 

Se ho avuto qualche influenza su di lui? No, direi di no. C’è molta simbiosi, quella sì. Un rapporto quasi sanguigno, dopo 35 anni insieme. Qual è il mio ruolo? Sono come un ponte tra la Russia e l'Italia, qui, in Russia. È questo, credo, il mio compito.

 

La mia vita era comunque interessante anche prima che incontrassi Tonino. Ero sempre circondata da molti amici, Akhmadulina, Vysotski,Tarkovskij, Voznesenskij, Aksenov, Paradzhanov e così via. Ma la storia con Tonino ha cambiato la mia esistenza.

 

Anche se all’inizio non è stato per niente facile: solamente il rispettoso ricordo del mio primo defunto marito, Aleksandr Yablochkine, mi ha aiutato a non perdere il lavoro al “Mosfilm” (la casa di produzione cinematografica russa, ndr). E così abbiamo iniziato a vivere insieme a Mosca. 

 

Quando nel 1976 per la prima volta sono arrivata in Italia, chiusa in una giacca di montone e con il colbacco in testa, è stato per me un vero shock, vedendo le grandissime terrazze delle case, le luci delle strade e le file di alberi di aranci. Erano gli anni migliori per il cinema italiano, e il periodo migliore per Tonino. 

 

Durante il sesto giorno del mio soggiorno, Tonino ha deciso di presentarmi ai suoi amici. Immaginatevi: io, una ragazza sovietica in Italia. Ero piena di paura e di complessi. Dopodiché abbiamo incontrato Federico Fellini e Giulietta Masina. Con loro c’era anche la scrittrice Natalia Ginzburg.

 

Mi ha colpito la frase di Tonino: “Solo una cosa – mi ha detto, sorridendo -, non nascondere a Fellini che ti piaccio”.  In quell’occasione mi sono resa conto che ero circondata da gente geniale. Non riuscivo nemmeno a mangiare per via delle risate che ci facevamo.


Questo primo viaggio in Italia è stato un vero regalo. Un regalo che io ho voluto contraccambiare a Mosca presentandogli Andrei Tarkovskij. Erano interessati a conoscersi. E io facevo da traduttrice. Ma per evitare di essere spiati, ho coperto il telefono con dei cuscini.Una volta Andrei mi ha confessato che tutto ciò che poteva essere detto in Patria, lui lo aveva già raccontato. E ora aveva voglia di raccontare dell’altro, voleva girare qualcosa in Italia, con Tonino.Così è riuscito a raggiungere il Belpaese. A Roma ha soggiornato presso l’Hotel Leonardo. Ma si sentiva solo. E così trascorreva intere giornate insieme a noi. Io traducevo le conversazioni tra i due. Mi sentivo talvolta un po’ un pesce fuor d’acqua.

 

Da lì, da quel viaggio in Italia, è nato “Nostalghia”. Tonino, ricordo, gli diceva: “Devi divorare questo Paese. Gettare poi tutto ciò che ti sembra superfluo e partorire un nuovo mondo. Usa la fantasia, inventa nuovi personaggi!”.

 

Dopo la malattia e l’intervento, Tonino ha ripreso in mano le sue radici, la sua tradizione e le sue poesie in dialetto romagnolo. Gli ultimi dieci anni, per noi, si sono rivelati un vero cambio di direzione: da Roma, dalla sua élite, siamo tornati alle cose semplici. La città dove viviamo ora si trova infatti vicino alle colline di Santarcangelo, il paesino dove è nato lui. Una volta tornato qui, Tonino ha ritrovato la sua vena poetica, i suoi ricordi e la saggezza. Insomma, il contatto con la terra. 

 

Le storie di Tonino sono nate infatti dalla saggezza popolare, dallo spirito della Nazione. E hanno raggiunto anche la Russia. A dicembre 2011 è stato pubblicato un libro con i suoi ultimi racconti. Io ora sto traducendo delle sue opere. Mi piace così tanto!

 

Ma ci sono ancora molte cose inedite, non pubblicate. E io continuo ad ascoltare i suoi racconti, i racconti di Tonino, per la centesima volta. La nostra vita è effimera. Ma a Tonino non importa. Tutto quello che gli serve lui ce l’ha ancora: lo spirito, prima di tutto, e la creatività.

 

Via:Rossiyskaya Gazeta

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14/05/2012

LA CRISI

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EMILIA -ROMAGNA: Oltre quattromila aziende cancellate dalla crisi

I dati unioncamere Emilia-Romagna: le iscrizioni di imprese si fermano a 9600, oltre 13mila le cessazioni

 
 

Non si arrestano le difficoltà economiche per artigiani e imprenditori e a confermarlo è la sintesi di Unioncamere Emilia-Romagna sul primo trimestre 2012. Le iscrizioni di imprese nel periodo analizzato sono state 9.657, le cessazioni 13.547; spazzate via 4149 aziende, fra le quali 1176 edili e 3878 individuali. 

I settori di attivita' economica che hanno maggiormente contribuito a determinare la riduzione delle imprese attive sono stati le costruzioni (-1.176 unita', -1,6%), l'agricoltura, silvicoltura e pesca (-1.168, -1,7%), l'insieme del commercio all'ingrosso e al dettaglio e della riparazione di autoveicoli e motocicli (-985, -1,0%) e le attivita' manifatturiere (-585, -1,2%).

Sono aumentate le imprese attive costituite come societa' di capitale, salite di 292 unita' (+0,4%), e quelle organizzate con altre forme societarie, per lo piu' cooperative (+90 unita', pari a +1%). (fonte Dire)

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13/05/2012

IL MANIFESTO

LETTERA ALLA REDAZIONE DE "IL MANIFESTO" : Oggetto: "Cessazione dell'attività". La nostra risposta: no!

 

il manifesto

Ieri nella redazione del giornale è arrivato un fax che annuncia la "cessazione dell'attività" e la cassa integrazione per tutti i lavoratori. Una doccia fredda. Vi raccontiamo come è andata. E ci vediamo in edicola, dove abbiamo intenzione di rimanere. Anche grazie al vostro aiuto.LEGGI: La liquidazione più pazza del mondo LEGGI: DOSSIER SENZA FINE LEGGI: LE PRIME REAZIONI

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MAMMA!

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12/05/2012

ADRIANO ZECCA

Nato a Milano nel 1945, fotografo, giornalista e documentarista, da oltre trent'anni dedica la sua attività allo studio delle culture del Sud del mondo. Ha viaggiato e soggiornato a lungo in decine di paesi extraeuropei: dall'Asia all'estremo Oriente, due anni solo in Indonesia; dall'Africa all'America Latina, particolarmente in Perù e Bolivia.

Autore di due apprezzati libri di viaggio, Regni di pietra; alla scoperta del Perù preincaico e Indonesiae di numerosi reportage fotogiornalistici, come documentarista ha progettato e realizzato per la R.A.I., per la Fininvest e per la T.S.I., una settantina di documentari di grande interesse sociale e antropologico.

Il suoi primi lavori, Bolivia '70 e Viva el Perù, sono stati distribuiti per anni dalle più importanti organizzazioni culturali, non solo in Italia, ma anche in America Latina.

Testimone attento dei diversi aspetti della realtà sociale contemporanea, attraverso itinerari inediti che lo conducono in tutto il mondo, raggiunge popolazioni talvolta sconosciute documentandone in modo rigoroso gli usi, il costumi, la storia e la cultura.

Il 20 dicembre 1996 la Provincia di Milano gli conferisce la Medaglia d'oro di Riconoscenza per il suo impegno professionale.

In questi ultimi 10 anni , in coproduzione con la T.S.I., Televisione Svizzera Italiana, ha girato importanti lavori cinematografici che hanno riscosso premi e riconoscimenti internazionali.

La serie televisiva in 13 documentari sul lavoro minorile nel mondo, è la sua ultima e forse più impegnativa realizzazione cinematografica.

 

MIGRANTES (2009)

Il cammino della speranza (48’) di Adriano Zecca

 

Ogni giorno si rinnova la tragica odissea di migliaia e migliaia  di migranti che dai paesi più poveri del Centro America, Honduras, Guatemala, El Salvador e Nicaragua, attraversano la frontiera che divide il Guatemala dal sud del Messico.

Qui inizia un pericoloso e difficile viaggio, spesso mortale, fino alle porte degli Stati Uniti, dove solo pochi arrivano. La militarizzazione del confine tra Stati Uniti e Messico, nella vana illusione di fermare quest'inarrestabile marea di disperati in fuga dalla povertà,  ha spostato di fatto la frontiera fra i due stati. Quella tra Messico e Guatemala è diventata la vera frontiera sud degli Usa.

Terra di nessuno, confine tra i più violenti del mondo, dove la legge è un optional, è il regno dei narcotrafficanti, contrabbandieri, mercanti d’armi e d’uomini e delle maras, pericolose bande giovanili. Adriano Zecca ha ricostruito il difficile viaggio dei migranti, ne ha raccolto le storie e le speranze. Insieme a loro ha percorso le principali tappe di questa terribile Via Crucis. Insieme a loro è salito sulla “bestia”, “el tren de la muerte”, come viene chiamato il treno merci che   i migranti prendono per sfuggire ai controlli della Migra, la temuta e corrotta polizia messicana. Un difficile viaggio attraverso tutto il Messico,  col rischio di essere costantemente assaliti , derubati , buttati giù dal treno in corsa, di perdere come molti le gambe sotto le sue ruote. Un cammino della speranza che coinvolge ogni anno 400.000 migranti di cui 150.000 sono rimpatriati ai loro paesi d’origine dalle autorità messicane. Ma nessuno sa quanti muoiono e scompaiono

 

ADRIANO ZECCA

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________________
 
 
COME POLVERE DI FIUME (2003)


Nel nord della Bolivia, lungo la valle del fiume Tipuani, la montagna nasconde tra le sue rocce alcune vene aurifere, un tempo ricche. Gli uomini lavorano in galleria, mentre le donne e i bambini setacciano il greto del fiume. Ore e ore chini e immersi nell'acqua fredda a setacciare con la batea nella speranza di trovare una pagliuzza d'oro. Pochi mesi dopo aver realizzato le riprese del documentario, una gigantesca frana ha coperto gran parte del villaggio minerario. Centinaia di donne e bambini sono stati sepolti da un mare di terra e fango.

 

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11/05/2012

TAHRIR LIBERATION SQUARE

TAHRIR-LIBERATION SQUARE

di Stefano Savona

Eccoli, eccoli gli egiziani

Dopo essere stato presentato con successo a Locarno, Tahrir-Liberation Square, ultimo documentario del filmmaker palermitano 42enne Stefano Savona, ha vinto il David di Donatello come miglior documentario. 

Non nuovo a esperienze di filmage estremo (Palazzo delle aquilePiombo fuso,Primavera in Kurdistan), Savona ha scelto di offrire al pubblico un’esperienza immersiva nello spazio immenso e nel prosieguo sempre più affollato di Tahrir Square, senza peritarsi di offrirgli coordinate storico-contestuali: lo stesso uso delle didascalie, contenenti riferimenti al giorno delle riprese, sono assai sporadiche. E lo fa pedinando, talora letteralmente, Nora, Ahmed, Elsayed, una ragazza e due ragazzi sulla ventina, che si sono ritrovati come tanti sulla piazza, aderendo all’appello di una pagina di Facebook e sull’esempio della rivoluzione tunisina, per poi realizzare che con il loro stare insieme stavano scrivendo un pezzo di storia. È commovente vedere questi e altri ragazzi di Tahrir Square mentre fanno palestra di democrazia, confrontandosi sui veri obiettivi della rivoluzione, identificando i suoi nemici, immaginando scenari futuri, addirittura provando a buttarla giù su due piedi, una bozza di costituzione del nuovo Egitto. Si parla dell’insidia di uno stato confessionale, antico sogno dei Fratelli Musulmani che infatti sono in piazza anche loro, vestiti all’occidentale, e blandiscono i manifestanti.

Ma tutto intorno a loro la folla monta. Ed è un popolo straordinariamente compatto, vivace, incontenibile nella sua energia, sempre pronto ad unirsi agli slogan in rima improvvisati dall’oratore di turno. Il secondo teaser del film, visibile su You Tube, presenta alcuni di questi momenti eccezionali di creatività poetica, intrisi di ironia e istrionismo, travalicanti dal singolo a una collettività che si fa corpo unico, grido che da una flebile e spesso consumata voce si espande fino a diventare coro. In questi momenti, peraltro, si respira a tratti il sentire comune che lega l’Egitto non solo alla Tunisia – il coro il popolo vuole che cada il regime viene da Tunisi, e qualcuno cita Abou el Kacem Chebbi, poeta nazionale tunisino – ma a tutti quei paesi, dal Maghreb alla penisola arabica, che stanno lottando per abbattere regimi autoritari pluridecennali. Contro questo popolo che, insidiato dall’abile eloquio di Mubarak, si ribella davanti alla sua chiusura nei confronti della piazza, agitando nell’aria le scarpe e gridandogli di andarsene, il rais reagisce rabbiosamente scagliandogli contro alcune centinaia di provocatori prezzolati, pronti a fare incursioni sanguinose e lanci di sassi in mezzo alla folla. Si apre così il passaggio più concitato e drammatico del film (ripreso nel primo teaser), in cui Savona si lascia alle spalle i suoi tre ragazzi e si butta nella mischia, laddove saettano pietre dal cielo mentre le donne martellano ritmicamente con bastoni e spranghe per far sentire la loro vicinanza.

Ma è l’unico momento in cui Savona si concede una macchina a mano nervosa e aggressiva, davanti all’accorrere dei corpi sanguinanti dei manifestanti o avvicinandosi al volto spaurito di due controrivoluzionari - uno scarcerato appositamente - assoldati dalla polizia di Mubarak. Per il resto, lo sguardo è partecipe ma fermo, lucido, talvolta sovraordinato da una impaginazione (audio)visiva che passa dalle visioni d’insieme in profondità di campo (relativamente contenute) a piani ravvicinati in fuoco stretto, che danno dignità di personaggi a volti magari appena incrociati, e da passaggi frammentari (assimilabili a sequenze di montaggio) a piani sequenza, usati spesso a seguire i momenti più forti di questa dialettica ludico-civile tra anonimo corifeo e coro. Curiosamente, ma non troppo, l’unica apparizione di una sorta di leader, il blogger Wael Ghonim, che compare sulla piazza, liberato dopo undici giorni di detenzione, conferma indirettamente il carattere radicalmente spontaneistico e orizzontale del popolo di Tahrir Square: da un microfono che a malapena funziona, Ghonim fa appena in tempo a soffocare le esaltazioni dei vicini e a gridare a tutti i presenti che sono loro gli eroi.

Eroi. Ed eroine. Come ha raccontato il regista alla fine del film, Tahrir si apre sulle immagini riprese da Noa col cellulare nei primissimi giorni di manifestazione. L’occhio del regista, seguendo Noa, ci mostra spesso altre ragazze, che girano perlopiù coperte da foulard come lei, anche se non mancano donne con velo integrale, né altre – giovanissime – a capo scoperto. Ragazze di questa rivoluzione e ragazze della rivoluzione di Nasser (che campeggia in un cartellone agitato da un manifestante) si danno la mano: in una delle immagini più cariche di significato del film (nella foto) una vecchia sfila con la foto in bianco e nero di quella che dev’essere la nipote, uccisa verosimilmente nei primi giorni della rivoluzione, e una scritta che dice “Il sangue dei martiri vi costerà caro”. Sono queste, donne in lotta che, indipendentemente dall’orientamento politico e religioso, agiscono il medesimo spazio pubblico degli uomini, partecipano ai dibattiti e ai cori, sembrano reclamare un inedito protagonismo. Il film si chiude proprio sul richiamo accorato e straziante di una ragazza che, all’indomani dell’ubriacatura di gioia seguita alla notizia delle dimissioni di Mubarak, incita gli altri a non smobilitare, perché niente è ancora acquisito, il potere rimane nelle mani dei militari e il rischio di un colpo di mano è sempre presente. Un’immagine che anticipa profeticamente le profonde incertezze e contraddizioni in cui si dibatte tuttora la rivoluzione, in Egitto come in Tunisia e in Libia, ma contiene un segno di speranza forte, esprimendo la convinzione che quante e quanti si sono battuti con coraggio e determinazione per liberarsi da un padre-padrone che sembrava irremovibile, non si lasceranno tanto facilmente ingannare da chi sta gestendo questa delicata fase di passaggio tra il vecchio e il nuovo.

via: cinemaafrica.com - Leonardo De Franceschi

 

Cast & CreditsTahrir - Liberation Square 
Regia e fotografia: Stefano Savona; montaggio: Penelope Bortoluzzi; montaggio del suono e mix; Jean Mallet; origine: Francia/Italia, 2011; formato: DCP 24 f/s; durata: 91’; produzione: Penelope Bortoluzzi e Marco Alessi per Picofilms e Dugong, con la partecipazione di Rai 3, Alter Ego - Cécile Lestrade, Périphérie (Centre de création cinématographique); sito ufficialetahrir-liberationsquare.com.

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10/05/2012

STEFANO CHIANTINI

IL FILM «ISOLE» 
"Il mio prete coraggio lotta contro l'emarginazione" 
 
 
La storia ha un suo fascino rude. Come le pietre delle isole di San Nicola e San Domino, dell’arcipelago delle Tremiti, sulle quali pochi personaggi svelano, nello scorrere uguale dei giorni, le loro paure, debolezze e virtù. Isole – questo il titolo del film – sono anche loro, come spiega Stefano Chiantini, regista che, assecondando un rigoroso stile personale, dimostra anche un raro impegno morale. 

Confessa che questa similitudine lo ha affascinato: «Mi piaceva creare questo parallelo fra isole dal punto di vista umano e isole geografiche. I personaggi principali sono tre soltanto, tre storie personali che acquistano senso e importanza nel momento in cui entrano in rapporto tra loro per trovare una collocazione in un mondo disorientato. Sono soli: Ivan – l’attore ceco Ivan Franek – perché straniero e non accettato dalla società; Martina – Asia Argento – considerata borderline per vicende personali che ignoriamo e che l’hanno portata a non parlare più, perché gli altri non sanno ascoltarla; don Enzo – Giorgio Colangeli, di grande intensità – reso aspro dal tempo che è passato, dalla vita e dalla malattia. Sono un vasto spettro di umanità e di solitudine che si riflette nel mare». 

È il vecchio, rude  sacerdote che accoglie nella sua casa Martina e Ivan, riuscendo a infondere loro una speranza, il gusto per la vita, un bozzolo di sentimento.
«La sua è una ruvidezza solo apparente, dietro si nasconde una grandissima sensibilità. Mi sono rifatto alla figura di un amico sacerdote del mio paese, Avezzano in Abruzzo, che può apparire molto spigoloso e, invece, è sempre pronto a starti vicino, a darti un consiglio. Mi piaceva pensare a un tipo di prete così, molto umano, vero e sincero, inserito nella vita e nei problemi di ogni giorno, abituato a capire l’animo e il dolore delle persone dai dettagli, non dalle parole».

Don Enzo riesce a riscattare la dignità dei due in quella micro-società dell’isola che li rifiuta.
«È vero, ma in fondo tutti riscattano se stessi, la loro esistenza, riconquistano un loro ruolo attraverso l’attenzione degli altri. Nel film è un riscatto forse poco evidente, ma molto giocato sulla forza profonda della morale. Il film è un piccolo e intenso racconto d’amore tra persone umili».

Dalle isole alla Penisola: c’è un’attualità nei temi del film.
«Oltre all’emarginazione, la non accettazione dell’altro, il rifiuto dello straniero, Isole affronta in modo discreto e sincero temi importanti come l’amore, il dialogo e il rispetto».

Il film è in sala dal 11 al 25 maggio sarà visibile gratuitamente scaricandolo dal sito Repubblica.it.

 

Luca Pellegrini

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09/05/2012

DARIA BIGNARDI E IL CINEPANETTONE

Il cinepanettone non «funziona» più (e meno male)

 

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Nei giorni dei David di Donatello assegnati al bellissimo ma teatrale Cesare deve morire degli ottuagenari fratelli Paolo e Vittorio Taviani invece che a registi più bisognosi di incoraggiamento, cala anche la scure degli incassi dei film italiani: meno della metà dell’anno scorso nei primi quattro mesi dell’anno. Un tracollo. Nonostante il record di Benvenuti al Nord con la coppia vincente Bisio-Siani.
In Italia il cinema va male, ma i film italiani vanno peggio degli altri. Secondo il critico cinematografico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti, la ragione è semplice: a furia di tirar bidoni, le sale si svuotano. Si riferisce alle commedie girate malamente, ai film fotocopia, ai cinepanettoni e cocomeri che non tirano più.
I film buoni quest’anno ci sono stati, e non pochi: da Acab di Sollima a Posti in piedi in paradiso di Verdone (molti speravano in un David per l’attore Marco Giallini, presente in entrambi), a Diaz di Daniele Vicari, ad altri ancora. Ma non hanno spaccato come – per fare un esempio – il francese Quasi amici. A deludere però, incassi a parte, non sono tanto i film d’autore o di denuncia, quanto la commedia più leggera e casereccia, prodotto tradizionalmente salvagente di molto cinema italiano che ha campato per anni sulle varie vacanze qui e là con annessi e connessi.
Ma se questa crisi fosse una buona notizia? Se, come accade anche in televisione, fosse tramontata l’era del «prodotto che funziona»? Il verbo «funzionare» è il famigerato nemico della creatività, del rischio, della sperimentazione, della qualità: tutti ne siamo vittime. Quando qualcosa funziona – che sia un rapporto, un film, una canzone, un libro, uno spettacolo – chi ce lo fa fare di cambiare? Di metterci in gioco, di cercare, di soffrire, di guardare avanti? Ma quel che funziona e basta è destinato, prima o poi, a rompersi: soltanto quel che è magico, ispirato, speciale, non si deteriora.
Così, a volte, è meglio che le cose si rompano, che smettano di funzionare, come certi filoni di film girati col bilancino del marketing: il tal comico, la tal bellona e vedrai che la barca va, senza bisogno di farsi venire idee, di cercare, di mettere attenzione e cura, di fare fatica.
Pare che non funzioni più così, o almeno non sempre. Ebbene, non è una bella notizia?

 

Via : Vanityfair - barbablog - daria bignardi

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ANDREA CRISANTI, SCENOGRAFO - 12 GIUGNO 1936 – 7 MAGGIO 2012

David di Donatello David di Donatello per il miglior scenografo 1995
David di Donatello David di Donatello per il miglior scenografo 2005

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08/05/2012

IL lauREATO

 

 

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